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VALERIO PICCOLO

Ma è ancora possibile la poesia? “Sì, oggi più che mai”. E qual è il suo valore? “Un valore che definirei “classico”. Voglio due versi da portare con me ogni giorno, nella mia quotidianità, per attingervi nel momento del bisogno, quando il mondo ti schiaccia in una grigia velocità, e tu fermi tutto ammorbidendo gli spigoli, e facendo tornare un po’ di sole”.
Valerio Piccolo, chitarrista cantautore, italiano che vive di musica a New York, nonché traduttore ufficiale della folksinger americana Suzanne Vega, sta facendo della musica territorio d’incursione poetica. O potrebbe anche valere il contrario: la poesia, genere snobbato, dimenticato, di nicchia nella migliore delle ipotesi, è diventata materia di pratica musicale, componente primaria della sua musica.
Prosa e note sono alla base di Poetry, il suo nuovo disco, traduzione in musica di poesie scritte per lui da grandi autori americani. E “be poetry”, è diventato il suo slogan.

Cosa vuol dire esattamente?
“Ho preso il pretesto dal titolo del disco, ovviamente, per una piccola forzatura linguistica che però mi piace molto. Penso che ognuno possa leggerlo come vuole: siate poesia, siate poetici, vivete con poesia. È un po’ come dire: portatevi un po’ di poesia in ogni momento della vostra giornata. Vi farà bene”.

Qualche anno fa, sarebbe stato uno slogan anacronistico…

“Secondo me è ancora anacronistico. Ma è vero anche che oggi di poesia si è tornato a parlare. Non so bene perché, magari in Italia la “notorietà” quasi pop di Alda Merini ha favorito una maggiore riflessione sulla poesia. Però sono contento, mi sembra una forma letteraria che ha ancora molto da dare”.

Quali sono i tuoi poeti di riferimento?

“Ne ho tanti, e sempre diversi. Spazio da un genere all’altro, da un mondo all’altro. Mi posso svegliare con le sofferenze di Anna Achmatova, e poi spostarmi con un balzo alla modernità di Nick Flynn o, perché no, di James Franco”.

E alcuni versi che hai fatto tuoi?

Avevamo passato una soglia e niente era più lo stesso. Ma tutto ancora familiare come il suono del tuo nome. Versi meravigliosi di Suzanne Vega, una cantantessa che stupisce quando si cimenta con la poesia. Questi due versi mi accompagnano da 4 anni, ogni giorno, e rappresentano una sintesi perfetta della mia vita recente”.

Perché hai scelto di tradurre in italiano versi nati in lingua inglese?

“Perché è un passaggio che fa parte della mia vita, dell’essenza della mia vita. Della mia vita di traduttore, ma anche di quella di fruitore della poesia e di musicista, con la forma canzone che spesso ha davvero pochissime differenze con quella della poesia. È un progetto che rappresenta alla perfezione gli ultimi dieci anni della mia vita, è come se fosse un percorso attraverso me stesso, con l’utilizzo – come sempre mi capita – di parole altrui”.

Ciò che è difficile da comunicare, si comunica meglio con le parole o con la musica?

“Con la musica, forse, racconti un disegno, comunichi un’idea generale, ma non per questo meno importante. Con le parole metti i punti, e le virgole, che sono quanto mai necessarie. A patto, però, di aver disegnato prima una mappa generale, universale”.

Tu perché scrivi musica?

“Perché è un’urgenza. Perché penso di saperlo fare. Perché ho voglia di farlo e quando ho in mano una chitarra mi sento in un buon posto, in una bella stanza che riconosco. Perché mi piace trasportare le mie emozioni su quelle corde, e perché mi piace raccontare piccole storie”.

Rispetto all’Italia, l’America è un paese più facile per chi voglia fare della musica una professione?

“Direi di sì. Questo non vuol dire che in America si raggiunga più facilmente il successo, ma solo che intorno alla musica c’è un’industria che funziona e che, nelle sue infinite sfumature, spesso permette a un musicista di vivere di questo, anche facendo magari non esattamente quello che vorrebbe. Detto questo, la concorrenza è totale, e città come New York sono piene di musicisti superbravi a caccia di un contratto…”

Cosa ti piace di più dell’America?

“La professionalità. Il culto del lavoro, che in tante situazioni sfocia in modelli assolutamente da censurare, nel campo musicale diventa certe volte un toccasana, quando pensi a come trattano i musicisti in Italia. Per la mia esperienza, una città come New York resta ancora una realtà dove a tutti viene data una chance. Con rispetto, però. Scrivi al CEO di una grande major, e vedrai che ti risponderà. Qui a volte scrivi al chitarrista di un cantante pop di classifica, e neanche ti risponde. Non va bene”.

Se dovessero dirti o qui o là, senza possibilità di spola, quale paese sceglieresti?

“Di là. Ma non me lo diranno. Per fortuna”.

ps. la colonna sonora non può che essere Poetry

Paolamosc

12 commenti su “VALERIO PICCOLO

  1. Maria Rita

    … Be(ing) poetry!!….

    La riflessione sul concetto/culto del lavoro in America è una grande – amara per noi da digerire! – verità, a confronto con la realtà italiana…

     
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  2. paolap

    Quanto e’ vero! Il rispetto del lavoro e degli altri, la risposta come espressione di educazione e cortesia, la correttezza…dovrebbero essere l’abc

     
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  3. Cri

    Be’, agli italiani basta gli dai una poltrona e una scrivania di fronte a cui sedersi, e gia’ si sentono dio sceso in terra. Rispetto, seeee!

     
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  4. francesco

    Il rispetto del lavoro in generale, di quello altrui in particolare, e’ concetto troppo diffiile da capire in questa parte di mondo.

     
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  5. Jolanda

    Comunque è proprio vero oggi più che mai abbiamo bisogno di poesia, di bellezza, di sonorità vocale di parola, e di musica, note….per me è veramente un’urgenza…quindi grande Valerio continua a regalarci poesia in musica…continua a diffonderla! In bocca al lupo!

     
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